Ci siamo
Sembrava una cosa così, senza fondamento. Il carretto tirato avanti da una sola persona, convinta che l'idea fosse davvero buona e che avesse davvero in serbo dei buoni frutti.
Non è stato così: pian piano chiunque fosse stato incluso in questo progetto ha deciso di collaborare attivamente. Lo dimostra la brusca accelerazione dell'ultimo mese, la concretizzazione di alcuni aspetti pratici, l'imminenza della partenza, la condivisione di idee per il futuro.
E chissà che la nostra voglia di emergere non sia davvero l'aspetto determinante del gioco.
Certo è che tutti e 4 abbiamo frustrazione da vendere: fare ciò che facciamo nel posto in cui lo facciamo non è altro che la via più sicura per arrivare a stress e, probabilmente, disoccupazione nel più breve tempo possibile.
Avevamo bisogno di un'alternativa. E se l'alternativa non la si trova la si crea. E se i soldi mancano ci si organizza a basso costo o a costo 0.
L'idea per certi versi è davvero tutto: è tutto ciò che si ha a disposizione, ma è anche tutto ciò che realmente serve (se escludiamo le botte di culo di una certa levatura :) ).
Siamo carichi, motivati, arrembanti. Non possiamo fallire!!!
BriXx
I "casi italiani"
Fa male vedere che alcune voci tradizionalmente pulite e rassicuranti rimangano puntualmente inascoltate, quasi afone.
C'è da puntare i riflettori su questo caso di aggressione al giornalismo d'inchiesta italiano che da sempre punge e schiva per poi pungere ancora. Non c'è parte politica che non abbia inveito contro la Gabanelli e il suo pool di giornalisti fidati.
Da qualche giorno però gira voce che la Rai non intenda più fornire assistenza legale ai giornalisti di Report, aggiungendo così difficoltà non da poco ad una situazione che di certo leggera non è (30 cause in corso allo stato attuale).
A questo breve preambolo faccio seguire l'intervista che il Corriere della Sera ha fatto alla Gabanelli. Il testo che segue quindi è l'intervista completa, consultabile anche direttamente dal sito del corriere alla cliccando qui.
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Luigi Ferrarella, sulle pagine di questo giornale, ha sollevato un problema che condivido e mi tocca da vicino: la pressione politica (che in Italia è particolarmente anomala) sul condizionamento della libertà d’informazione forse non è l’aspetto più importante, anche se ciclicamente emerge quando coinvolge personaggi noti. Per questo facciamo grandi battaglie di principio e ignoriamo gli aspetti «pratici». Premesso che chiunque si senta diffamato ha il diritto di querelare, che chi non fa bene il proprio mestiere deve pagare, parliamo ora di chi lavora con coscienza. Alla sottoscritta era stata manifestata l'intenzione di togliere la tutela legale.
La direzione della terza rete ha fatto una battaglia affinché questa intenzione rientrasse, motivata dal dovere del servizio pubblico di esercitare il giornalismo d’inchiesta assumendosene rischi e responsabilità. Nell’incertezza sul come sarebbe andata a finire ho cercato un’assicurazione che coprisse le spese legali e l’eventuale danno in caso di soccombenza dovuta a fatti non dolosi. Intanto sul mercato italiano, di fatto, nessun operatore stipula polizze del genere, mentre su quello internazionale questa prassi è più diffusa. Bene, dopo aver compilato un questionario con l’elenco del numero di cause, l’ammontare dei danni richiesti e l’esito delle sentenze, una compagnia americana e una inglese, tenendo conto del comportamento giudicato fino a questo momento virtuoso, si sono dichiarate disponibili ad assicurare l’eventuale danno, ma non le spese legali. Sembra assurdo, ma il danno è un rischio che si può correre, mentre le spese legali in Italia sono una certezza: le cause possono durare fino a 10 anni e chiunque, impunemente, ti può trascinare in tribunale a prescindere dalla reale esistenza del fatto diffamatorio.
A chi ha il portafogli gonfio conviene chiedere risarcimenti miliardari in sede civile, perché tutto quello che rischia è il pagamento delle spese dell’avvocato. L’editore invece deve accantonare nel fondo rischi una percentuale dei danni richiesti per tutta la durata del procedimento e anticipare le spese ad una montagna di avvocati. Solo un editore molto solido può permettersi di resistere. Quattro anni fa mi sono stati chiesti 130 milioni di euro di risarcimento per un fatto inesistente, e la sentenza è ancora di là da venire. Se alle mie spalle invece della Rai ci fosse stata un’emittente più piccola avrebbe dovuto dichiarare lo stato di crisi. Visto che ad oggi le cause pendenti sulla mia testa sono una trentina, è facile capire che alla fine una pressione del genere può essere ben più potente di quella dei politici, e diventare fisicamente insostenibile. Questo avviene perché non esiste uno strumento di tutela. L’art. 96 del codice di procedura civile punisce l’autore delle lite temeraria, ma in che modo? Con una sanzione blanda, quasi mai applicata, che si fonda su una valutazione tecnica «paghi questa multa perché hai disturbato il giudice per un fatto inesistente». Nel diritto anglosassone invece la valutazione è «sociale», e il giudice ha il potere di condannare al pagamento di danni puntivi «chiedi 10 milioni di risarcimento per niente? Rischi di doverne pagare 20». La sanzione è parametrata sul valore della libertà di stampa, che viene limitata da un comportamento intimidatorio. La condanna pertanto deve essere esemplare. Ecco, copiamo tante cose dall’America, potremmo importare questa norma. Sarebbe il primo passo verso una libertà tutelata prima di tutto dal diritto. Al tiranno di turno puoi rispondere con uno strumento politico, quale la protesta, la manifestazione, ma se sei seppellito dalle cause, anche se infondate, alla fine soccombi.
Milena Gabanelli
29 settembre 2009
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BriXx
15 Agosto
Ferragosto, ore 5.45, suona la prima di 5 sveglie. Le prime tre un fastidioso beeep, la quarta è Mr. Sandman, l'ultima invece è un motivetto sudamericaneggiante.
Bastano appena per alzare membra stanche da notte corta dalla comoda sensazione di fresco del mio letto.
In un'oretta circa mi preparo il pranzo, stendo i panni messi a lavare di notte, mi infilo sotto la doccia, mi vesto (t-shirt e pantaloncino di rigore) e sono alla fermata del bus.
Non devo aspettare molto per fortuna, anche se quest' arietta fresca di primo mattino e la totale assenza di esseri umani per strada mi conforta.
Lì è proprio dove vorrei essere.
Arriva il 235, unico passeggero. Mi godo il quarto d'ora di tragitto con finestrini spalancati e il rumore-non-rumore dell'estate romana inoltrata.
Verrebbe da ringraziarli tutti i romani che sono scappati, lasciandomi in custodia questo posto immenso.
Non sono mai arrivato a lavoro così rilassato. Non posso fare a meno di pensare a tutte quelle persone che non concepiscono il ferragosto in città, in ufficio. E a tutte quelle mattine imbottigliato in ore di traffico nevrotico e frustrato.
Il ferragosto è uno stato mentale: è festa ovunque ci si trovi. E' comunque un relax autoindotto, non si trova solo in alcuni posti del mondo.
Mi piace pensarla così oggi che ho riscoperto lo strano "piacere" di trovarmi in un ufficio deserto, con musica alta, e una pagina bianca su cui scrivere.
Ad ognuno il suo ferragosto allora.
Mi godo il mio.
BriXx






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